RABBIA
- eagostini148
- 20 gen 2024
- Tempo di lettura: 5 min
AGOSTINI,
STAI SCRIVENDO?
Queste parole, così, in caps lock, compaiono a cadenza regolare tra i miei messaggi di Whatsapp. Chi me le manda è sempre la stessa persona. Dopo tre giorni di malattia (era da tanto che non vomitavo, quasi ero contenta di riprovare. Sono a posto per i prossimi dieci anni, grazie.) sono ricomparse ancora. La risposta è stata: eh. Ho avuto tante cose da fare.
Ora, che il peggio è passato e fuori splende il sole, mi sono chiesta: sì, ok scrivo. Ma cosa?
Raggomitolata sul divano nel mio nido di coperta a frange bianche e rosa, ho deciso di farmi ispirare da un classico, classicissimo. Così classico che tutti lo conoscono e pochi probabilmente si ricordano davvero quello che c'è scritto dentro. Tipo me.
Questo libretto, un saggio - nella mia edizione estremamente economica ha una copertina rosa baby che per quanto sembra fuori luogo è geniale - mi era stato suggerito ai tempi in cui studiavo Architettura dall'assistente del corso di Urbanistica che forse aveva capito prima di me quanto stessi annaspando nel vuoto. Si trattava, e si tratta, di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf .
(Sì, siete autorizzati ad alzare gli occhi al cielo e a pensare - quando non a gridare da in fondo all'aula, anonimi tra una moltitudine di gente - Ancora?)
Lo lessi parecchio tempo dopo che mi era stato consigliato e comunque parecchio tempo fa, ma mi è capitato di ripensarci spesso in questi anni, per quello che me ne ricordavo. Durante la pandemia per esempio, mentre prendevo il caffè su Zoom con sconosciuti da tutta Italia - che dopo quei mesi avrei chiamato amici - mi tornava in mente tutte le volte che le mie ginocchia sbattevano sulle ante e i cassetti del mobile da ufficio davanti al quale ero seduta, non avendo un tavolo a disposizione. O tutte quelle che ho dovuto mutare una videochiamata o una lezione on-line perché i richiami di mia madre dal piano di sotto avevano passato lo spessore della porta pretendendo la mia attenzione. Anche adesso, oggi, pensando a dover scrivere, la mente è andata a quella stanza tutta per me in cui non sono costretta ad avvolgermi in una coperta con due paia di calzini e col computer appoggiato sulle gambe indolenzite per poter pensare.
Quindi sono uscita dal mio groviglio di lana, ho fatto le scale, sono andata in camera, ho preso dallo scaffale il suddetto libricino rosa e sono tornata ad abbozzolarmi. E ho iniziato a leggere.
A pagina 37 Woolf parla di una cosa di cui non ricordavo affatto che il suo saggio parlasse. La scrittrice nelle pagine precedenti si era recata (lei nella vita reale o il suo alias letterario nella finzione utile alla dimostrazione della sua tesi) al British Museum per fare una ricerca sulle ragioni della povertà delle donne, trovando una lunghissima lista di testi che avevano per argomento LA donna. Tutti scritti da uomini, a vario titolo: medici, saggisti, letterati, romanzieri, finanche
"uomini che non hanno alcun titolo apparente tranne quello di non essere donne."
Ma a pagina 37 la nostra scrittrice, dopo una mattinata di lavoro, tra titoli emblematici come L'inferiorità mentale, morale e fisica del sesso femminile, riesce a ricavare da tutti quei testi un solo dato utile: gli uomini - i professori, come li chiama lei - sono arrabbiati. E da lì parte una disamina molto acuta sulle ragioni psicologiche e sociali di questa rabbia. Per riassumere; "la vita, per entrambi i sessi, è ardua [...] poiché siamo creature d'illusione, richiede fiducia in sé stessi. [...] E come possiamo generare in noi, più rapidamente possibile, questa imponderabile eppure inapprezzabile qualità? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. [...] Di qui l'enorme importanza, per un patriarca che deve conquistare, che deve governare, la possibilità di sentire che un gran numero di persone, la metà della razza umana, invero, è per natura inferiore a lui."
Ma non è sui patriarchi e la condizione della donna nei vari secoli che mi sono soffermata. Ma, e qui la ragione del titolo, sulla rabbia.
La settimana scorsa (udite, udite) mi sono arrabbiata.
E, a causa della manifestazione della mia rabbia, una persona ha rinunciato a partecipare ad una cena a cui eravamo entrambi invitati.
Al momento mi sono sentita sollevata: effettivamente, se la persona fosse rimasta, il contesto che per una serie di ragioni si sarebbe venuto a creare mi avrebbe messa in imbarazzo e a disagio e avrebbe creato disagio - ne sono sicura - anche alle persone intorno a me. Mi sono scusata con chi mi aveva invitata per l'accaduto; la serata è trascorsa piacevolmente; mi sono scusata ancora prima di tornare a casa. Nei giorni seguenti e anche ora, mi sono chiesta se mi fossi comportata bene: il modo in cui ho esposto la mia scomodità, la mia rabbia, è stato educato?
Già leggendo questa frase, ai più sorgeranno dei dubbi, troveranno già al suo interno un'incoerenza: rabbia ed educazione sono due cose che solitamente consideriamo opposte e inconciliabili, è da maleducati arrabbiarsi.
Tempo fa avrei fatto la stessa obiezione. Perché avrei confuso la legittimità dell'emozione con il modo in cui siamo soliti, o pensiamo sia normale, manifestarla. Rabbia = aggressività. E l'aggressività non è un modo considerato adeguato per stare in società. Oltre a non essere nemmeno un modo efficace per comunicare con gli altri.
Ma ora, la settimana scorsa, so che arrabbiarsi è ed è stato legittimo e utile. La rabbia è (per riprendere le parole di Laura Ghianda che su Instagram fa post molto interessanti a riguardo) un dito puntato su un nostro bisogno, su qualcosa che non va, un limite che non vogliamo che venga superato, un valore che per noi è importante e vogliamo preservare.
Quello che non viene insegnato è il modo corretto per manifestare la nostra rabbia. E non ci insegnano a guardare cosa di noi ci stia mostrando quest'emozione, a cosa non stiamo dando ascolto.
In questi giorni (per non dire mesi, per non dire anni) ho visto tanta rabbia in giro. Rabbia tutta sputata fuori senza essere processata, usata, come diceva Woolf, per mettere distanza tra l'arrabbiato e gli altri: quelli che hanno sbagliato, quelli che non hanno capito niente, quelli che non ci arrivano, quelli che sì, con precisa intenzione, hanno fatto cose becere per il proprio tornaconto personale. Rabbia cruda, immatura, radunata sotto i palchi dei comizi o i post sui social per acchiappare voti o like. Rabbia che si ferma in superficie e guarda solo fuori, senza mai farsi domande sul dove venga. E con che modalità sta mettendo alla gogna le modalità espressive altrui. In un eterno circolo.
Nel mio caso della settimana scorsa è stato più il disagio personale o il disagio che sapevo avrebbe creato anche alla gente intorno a guidare il mio agire? è stata rabbia o magari solo vergogna? O bisogno di distinguermi? Quale mio limite o valore stava mettendo in discussione quella situazione? Avrei potuto fare qualcosa di diverso? Dovevo scusarmi?
Non ho ancora tutte le risposte, continuerò a pensarci.
Magari continuerò a metterle per iscritto, qualcuno di sicuro faccio contento.
VERO?




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