QUANDO UNA PERSONA è UNO SCRITTORE?
- eagostini148
- 14 dic 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Ovvero: le domande di Sarah - Capitolo 1 -
Qualche giorno fa, domenica scorsa per l'esattezza, Sarah mi ha chiesto quanto stessi scrivendo. E io, per l'ennesima volta, le ho risposto "Non sto scrivendo".
Siccome lei crede proprio che dovrei, invece, scrivere - più di quanto non lo creda io ( e qui avrei aggiunto un probabilmente o un evidentemente, ma siccome stiamo entrambe leggendo "On writing" di King in cui l'autore dice che se usi gli avverbi vuol dire che hai scritto male la scena - e questa è una scena? mi viene da dire di non proprio, ma nel dubbio - mi trattengo dal farlo) - mi ha dato i compiti per casa. Mi ha proposto di scegliere una tra tre domande e di rispondere scrivendo un post qui su questo blog, aperto sempre su indicazione di Sarah, ça va sans dire. (Le espressioni in francese mi lasciano sempre un po' interdetta in realtà, non so mai se le ho capite veramente e mi imbarazza ripeterle a voce perchè non sono sicura della pronuncia. Ma sembrano piacere così tanto a quelli che hanno studiato - se hanno studiato legge le dicono in latino. Perciò non dovrei nemmeno usarle scrivendo. King docet.)
Ma torniamo alla domanda del titolo: quando una persona è uno scrittore?
Di primo acchito (acchito lo uso, eh), come ho risposto subito a Sarah nella nostra chat, mi viene da dire che "una persona è uno scrittore o scrittrice quando ha qualcosa da dire". Però subito auto - contesto questa definizione: anche chi canta, dipinge, compone musica, suona, balla, filma o anche solo parla lo fa perchè ha qualcosa da dire. Perchè? Perchè vuole comunicare. E cosa hanno da comunicare? Hanno da comunicare una propria "visione" un proprio "sentire" del mondo, esterno o interno a loro che sia, mi vien da dire. Perchè?
Perché e perché. Perché ne hanno bisogno. Per vari motivi magari. Che possono essere riassunti in "dare testimonianza". Testimonianza di cosa? Del proprio punto di vista. Perché si sente che è unico e differente da tutti gli altri. O perchè possa essere riconosciuto come affine da qualcun altro. Ma quella O disguntiva potrebbe benissimo essere una E e i due perché convivere.
Ma se tutti questi modi di comunicare sono simili nello scopo, in cosa si differenziano e in particolare cosa fa di un* scrittor* un* scrittor* e non invece un* pittore/musicista/ballerin*/cantante/fotograf*/ oratrice?
Boh.
Cioè, ok. Ci penso adesso.
La differenza sta nel tipo di mezzo utilizzato e nelle caratteristiche intrinseche del mezzo e di come queste si relazionano con ognuno di noi, o c'è qualcosa, un approdo peculiare, a cui la scrittura - e la letteratura quindi - può arrivare e che altre arti, altri mezzi non possono raggiungere?
Per quanto mi riguarda piuttosto che parlare preferisco scrivere, certo. Personalmente ritengo di riuscire a esprimermi molto meglio con la parola scritta invece che a voce. Perché la scrittura è più controllabile, ci si può prendere il tempo di mettere in ordine i pensieri, trovare le parole più calzati per esprimere un determinato concetto o descrivere una tal situazione. La scrittura è revisionabile, si può scrivere nell'imediatezza del momento, per poi rileggere e rivedere con calma, quando si avrà più tempo e non si sarà più nell'impeto dell'emozione. E si può fare a distanza. Non ho bisogno di essere fisicamente con il destinatario del testo per poter scrivere. Anzi. La scrittura per me significa potermi e dovermi isolare da persone e stimoli esterni che altrimenti risucchiano la mia attenzione. Con la scrittura posso prendermi il tempo di capire quello che sento invece di essere in balia delle aspettative di un interlocutore che, in piedi davanti a me, sta aspettando che decida se il caffè lo voglio prendere al bar sulla spiaggia o a quello sul viale. O peggio di fronte a chi magari mi travolge con recriminazioni e improperi, lasciandomi spaventata e ammutolita, la mente bianca, vuota, qualsiasi obiezione o ragione spazzate via dalla foga dell'altro. Mente che tornerà a riempirsi delle risposte più azzeccate, delle battute più taglienti, dei ricordi che possono testimoniare come sono andati relamente i fatti, solo dopo che la persona in questione non l'avrò più davanti, ma sarò tornata casa e sarò sotto la doccia a lavarmi di dosso tutti i sensi di colpa sotto cui quella conversazione mi ha fatto sprofondare. Lavarli via per poterne tenere davanti agli occhi riflessi nello specchio appannato solo uno: quello del sentirsi stupida per non avere avuto, ancora, nemmeno una risposta pronta.

Mi sento più intelligente quando scrivo. A voce mi impappino. Sbaglio i toni.
Con la scrittura prendo appunti, annoto i pensieri geniali ma sfuggenti, o quelli ricorsivi, ossessivi, i rimuginii, le infinite conseguenze immaginabili date determinate premesse. Con la scrittura posso rileggere la realtà, riviverla e riscriverla, fissare quello che ho sentito e visto. Si può prendersi sul serio, credere ai priopri sensi in mancanza di testimoni, trasferire a qualcun altro - qualcos'altro - quello di cui siamo stai testimoni per validarci con i nostri noi futuri confusi dal tempo e dalle riletture altrui.
Potrei fare lo stesso con altri mezzi? In maniera diversa probabilmente.
Ma non era questa la domanda iniziale.
Quando una persona è uno scrittore?
Quando possiede lessico e grammatica, carta, penna e un pc? Sì, certo, quando ha i mezzi materiali per farlo. Quando ha talento, quando quello che scrive ha una qualità, riconosciutagli dall'esterno si spera. Quando ha una storia da raccontare. Ma mi viene da dire, forse, titubantemente (King, scusa, manco esiste mi sa) che siamo scrittori solo quando decidiamo di esserlo.



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